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Turismo in Albania, il paradiso a sorpresa
Autor Roni - 09 novembre 2010 13:59
  

"Lonely Planet" l'ha eletta destinazione top 2011. Un nostro cronista se n'era già accorto e ci spiega il perché. Tra natura, memorie del passato antico e recente, e contraddizioni da desiderio di rinascita
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Albania, il paese che Lonely Planet pone al primo posto nella top ten delle nazioni da visitare nel 2011. Nessuno come l'italiano medio, può essere più sorpreso da una classifica che relega il Brasile al secondo posto e il nostro paese addirittura al settimo. Ma come, anni di Tg farciti di scafisti albanesi, immigrati (e diciamo così per essere politically correct, le definizioni spesso erano di altro stampo) albanesi... adesso venite a raccontarci che sull'altra sponda dell'Adriatico c'è il paradiso?

Premesso che il paradiso in terra non esiste, quelle cronache risalgono soprattutto agli anni Novanta, quando gli albanesi si lasciarono alle spalle il regime comunista di Enver Hoxha e si avventurarono oltremare credendo di trovare quantomeno l'America. E le carrette del mare ricoperte di carne umana in fuga, approdate anche sulla copertina del Time, appartengono al passato. Da Lonely Planet giunge non solo un invito -

a rivedere certi (pre)giudizi derivati dall'esperienza "domestica". E' l'esortazione ad aprire mente e cuore a un'esperienza di viaggio di insospettabile fascino, tra mare e montagna, storia e natura, cibo e cultura. Purché ci si prepari a incontrare un paese e un popolo alle prese con le tipiche contraddizioni di chi vive una modernizzazione a tappe forzate, con il rischio di perdersi in una globalizzazione senza anima.

Quella che vuole arginare Edi Rama, sindaco di Tirana e segretario del partito socialista, alle prese con le tensioni di una capitale divisa tra desiderio di occidentalizzazione e conservazione dell'identità. Nel 2004, un sondaggio su internet indicò in Rama il miglior primo cittadino del mondo per il suo impegno nella riqualificazione dal degrado degli spazi urbani. In particolare, fu apprezzata la sua idea di rigenerare interi quartieri riverniciando vecchi edifici e cadenti prefabbricati con colori accesi, dal viola all'arancione, in modo da sviare lo sguardo dalle tristezze architettoniche.

Lo stesso sindaco oggi si oppone all'idea di distruggere il piramidale mausoleo di Enver Hoxha per far posto alla nuova sede del parlamento, come vorrebbe il premier Sali Berisha, leader del partito democratico. I ragazzini sono tutti con Rama: dove trovare una rampa di lancio migliore per i loro skateboard? Silenziosa ed enigmatica, da un museo della capitale osserva la contesa "La bella di Durazzo", uno dei più antichi mosaici d'Europa.

Durazzo, Epidamno per i colonizzatori greci, Durachium con l'arrivo dei romani, che fecero dell'Albania la provincia dell'Illiria, la più importante città portuale del paese. Qui, nel 49 avanti Cristo, si fronteggiarono Cesare e Pompeo. Qui, oggi nessuno sembra farsi troppi scrupoli su come utilizzare le rimesse degli immigrati e gli investimenti dall'estero. Facilmente raggiungibile in quanto a soli 30 chilometri dall'aeroporto internazionale di Tirana, a cui la collega una nuovissima autostrada, Durazzo mostra il volto più preoccupante della rincorsa albanese al benessere e all'Unione Europea. Una passeggiata al porto, teatro della prima grande fuga via mare. Alzi gli occhi e...

"Meravigliosi, vorrei vivere proprio lassù". Ecco cosa vi risponderanno nove albanesi su dieci se chiedete loro cosa pensano dei palazzoni di venti piani cresciuti quasi dal nulla davanti alle banchine, togliendo il sole ai quartieri della città vecchia. All'inizio degli anni Novanta, pochi chioschi con bibite dalle marche sconosciute contrappuntavano umilissimi esercizi di pasticceria, profumi, bigiotteria. Prove di libero commercio in una città che oggi esibisce con orgoglio centri commerciali, sportelli bancomat, negozi di telefonia, insegne al neon.

E la prestigiosa sede di una banca italiana di fronte alla grande moschea, tornata splendida solo dopo la caduta del regime. Sulle strade sterrate dove una volta transitavano vecchie auto e decrepiti autobus di fabbricazione tedesco-orientale oggi regna l'asfalto e un traffico allegramente caotico e sregolato. Le auto? Sempre tedesche, ma adesso gli albanesi circolano in Mercedes fiammanti, primascelta assoluta, e scooter mostruosi. Ovviamente senza casco. Il vero "popolo della libertà" è qui. E nel suo guardare al futuro sembra non prestare più attenzione al passato. Così il cemento toglie il respiro all'antica torre turca, all'anfiteatro romano del II secolo avanti Cristo, venuto alla luce quasi per caso nel 1966 durante i lavori di scavo in un giardino. E ancora le terme, o le mura che gli stessi romani edificarono per arginare le scorrerie dei barbari.

Da italiani, a Durazzo si possono vivere tanti piccoli piaceri. Mangiare pesce freschissimo costa meno di una pizza. La Pausini qui è ancora più amata di Lady Gaga. Nonostante il divieto, si fuma dappertutto. Se si dà confidenza al cameriere, lui racconterà dei grandi festeggiamenti per la vittoria dell'Inter in Champions. Quasi tutti parlano un po' di italiano e, se presti loro attenzione, ti saluteranno con un sorriso dandosi una manata sul cuore. Non prima di averti introdotto ai piaceri del byrek (pronuncia: biurek), fragrante sformato di pasta sfoglia farcito di carne, spinaci o formaggio, da accompagnare con lo yogurt. Pochi lek al tassista valgono una corsa dal centro lungo i 30 chilometri della via del mare.

Difficile ammirare la pulizia dell'Adriatico nel primo tratto di spiaggia. I kossovari fuggiti dalla loro terra contesa hanno messo in piedi una sequenza senza fine di bar e rosticcerie dai nomi che sprizzano orgoglio nazionalistico. Qui i "cugini" del nord, giunti da Pristina e Gostivar, ma anche dalla Germania, dove in tanti hanno trovato lavoro, consumano carne e bevono birra sin dalle prime ore del mattino, dopo aver passeggiato sulla battigia dal tramonto all'alba. Cosa che fa infuriare gli originari abitanti di Durazzo, che sulla sabbia non riescono più a fare neanche il footing. Assediato dal bazar kossovaro, ecco l'Hotel Adriatik, sorta di monumento nazionale. In questo albergo una volta alloggiavano solo i diplomatici degli altri paesi comunisti. Agli albanesi era vietato anche avvicinarvisi. Oggi Berisha accoglie qui le delegazioni straniere, le cui foto campeggiano nella hall, in un ambiente pulito, dotato di ogni comfort e con un servizio d'altissima qualità. Di cui godono soprattutto i turisti stranieri.

E' la busta paga a mantenere inavvicinabile l'Adriatik per l'albanese medio, ma almeno adesso può mettersi in posa davanti all'entrata e farsi scattare una foto ricordo. Ad agosto, una camera matrimoniale all'Adriatik costa intorno ai 100 euro al giorno, comprensivi di prima colazione e ombrellone e lettini nella spiaggia privata sorvegliata da vigilantes. Una cortina oltre la quale camminano avanti e indietro, per ore, ambulanti di ogni genere, età e razza per vendere bibite, dolci tipici, frutta, spighe arrostite, cappelli, salvagente e persino canotti. Uno spettacolo di umanità, mentre intorno ribollono stabilimenti con migliaia di ombrelloni su cui sono ancora impressi i nomi di "bagni" riminesi.

La corsa in taxi prosegue. Si arriva a Golem, un lungo pezzo di spiaggia che una volta era solo nuda natura, una rigogliosa pineta a ridosso della rena e del mare. Adesso non si vedono più né i pini, né il mare: su entrambi i lati del nastro d'asfalto solo palazzi e complessi alberghieri, orribili, dipinti di verde, giallo, rosso, arancio, venuti su dall'oggi al domani secondo una farneticante varietà di stili. Se il nuovo benessere mostra i muscoli, la memoria piange. Un delitto, ripetere gli errori altrui cercando di imitarne il meglio.

Dove rintracciare, allora, l'Albania che Lonely Planet sponsorizza con tanta convinzione? "Ho guidato per ore e ho fatto una fatica bestiale per non staccare lo sguardo dalla strada. Che costa fantastica...". Due ragazzi toscani indicano la via. Risalendo in moto dalla Grecia per tornare in Italia attraverso il Montenegro, si sono imbattuti in Saranda, a sud di Valona, estremo meridione dell'Albania. E con stupore hanno spento il motore per gustarsi lo spettacolo. Montagne a ridosso del mare, il profilo frastagliato delle scogliere, acqua filtrata dai sassi e l'idea che nulla possa contaminare tutto questo, se non fosse per la musica techno sparata nella notte in qualche campeggio.

Saranda è lontana da Durazzo ben più dei 315 chilometri che le dividono. Per chi ama i l'on the road, stando attenti a certe leggerezze nello stile di guida degli automobilisti albanesi, può essere un vero piacere battere quell'interminabile sequenza di curve e saliscendi a strapiombo sull'acqua. Attraversando piccoli centri abitati rimasti ben più fedeli a ciò che erano prima della caduta del muro. Fino a sbucare in questa cittadina di mare abbracciata al suo porto, punto di arrivo di una scorciatoia chiamata traghetto, con cui è possibile raggiungere Saranda dalla Grecia. E scoprire, assieme alla natura, il respiro del passato che soffia dal vicino sito archeologico di Butrinto. Fondata, secondo Virgilio, dai troiani in fuga, dai greci per la storia, Butrinto fu una città fortificata dalle fiorenti attività commerciali, di cui restano splendide rovine, come l'acropoli, un teatro risalente al III secolo avanti Cristo, terme impreziosite da mosaici.

E' su questa idea di mare, a noi così vicino e così lontano dalle patinate proposte dei depliant, che l'ente per il turismo albanese punta per irretire la voglia di vacanze degli europei. Ma il Mediterraneo non è solo una immensa distesa d'acqua, è anche la carta su cui i popoli hanno scritto la loro storia. Una storia che qui sussurra il suo richiamo tra le montagne, testimoni immanenti delle vicende del "Paese delle Aquile" (Shqiperia, Albania, viene da shqiponje, aquila). Sessanta chilometri in autobus da Durazzo ed ecco, improvvisa, la stretta gola tagliata da un fiume ai cui lati si affastellano, come un umano alveare, le bianche case di Berat, la "città dalle mille finestre".

Come mille occhi puntati sul viandante, silenziosi e inespressivi nella totale assenza di balconi. Al di là del ponte sul fiume il quartiere cristiano di Gorat, al di qua Mangalem, l'insediamento musulmano, punteggiato dai minareti delle moschee. Due culture, due volti allo specchio. Berat, che visse anche un passato da avamposto dell'impero bizantino, custodisce il suo tesoro sulla sommità della collina che domina Mangalem: una cittadella fortificata risalente al XIV secolo, ancora abitata, a cui si arriva sudando sulle pietre levigate di un'antica stradina in salita. Pietra nuda, aspra, spigolosa avvolge la vita all'interno della cittadella, che scorre ogni giorno uguale e se stessa da secoli accanto al museo dedicato ad Onufri, il più grande pittore albanese del XVI secolo, specializzato in icone sacre. Pietra che si ostina a difendere i suoi templi del Cristianesimo dall'accerchiamento ottomano: la Cattedrale di Nostra Signora, la Chiesa della Santissima Trinità e la Chiesa degli Evangelisti.

Albania, per secoli contesa dall'abbraccio dell'Adriatico a ovest e dalla pressione turca a est. Lo scenario, rimosso per quasi tutto il Novecento dal bando a ogni culto religioso imposto dal comunismo reale, riprende letteralmente vita a Kruja, altra città fortino incastonata tra le montagne a una cinquantina di chilometri dalla costa di Durazzo. Qui si ergeva il castello di Skanderbeg, il condottiero che nel XV secolo riuscì dapprima a riunire i feudatari cristiani in un'alleanza, poi a respingere l'invasione delle armate ottomane. Un duello estenuante, raccontato con inarrivabile eleganza dal grande scrittore albanese Ismail Kadaré nel suo "I tamburi della pioggia". Dove si narra del vano assedio turco a Skanderbeg, rintanato nella sua fortezza. Nel libro di Kadaré, il principe guerriero dall'elmo sormontato da corna di stambecco è solo evocato, un inafferrabile fantasma nei racconti dei guerrieri della mezza luna davanti al fuoco.

Quel fantasma sembra aleggiare ancora oggi a Kruja, dove sulle rovine del castello la figlia di Enver Hoxha fece erigere un museo dedicato al più grande eroe della storia d'Albania, a cui l'intera Europa rese omaggio per il suo ruolo di invalicabile cerniera tra Occidente e Oriente. Sulle pareti del museo, drappi e dipinti celebrano le sue gesta. Le pesanti armi sono una copia delle originali, custodite da un museo viennese. Dalla sommità del maniero, allungando lo sguardo sulla vallata, incorniciata dal profilo dei rilievi, sembra di scorgere ancora la tendopoli musulmana in attesa. Poi il canto di un muezzin dalla vicina moschea spezza il miraggio. L'assedio è finito, i turchi hanno vinto.

Accade spesso di imbattersi in una geografia segnata dal braccio di ferro tra le religioni, percorrendo le strade dell'interno d'Albania. Ma il paese sa offrire anche fughe dalla dittatura di quella memoria. Per perdersi in un misticismo che ha nella madre terra la sua unica dea. Bisogna allontanarsi di 120 chilometri da Tirana puntando a nord-est, al confine con il Kossovo. Per arrampicarsi fino alla sommità del massiccio Kurore. E da quell'altezza, 2120 metri, pilotare lo sguardo tra altopiani e pinete fino a incontrare quello degli "occhi azzurri della natura". Così gli albanesi chiamano i"sette laghi di Lure", piccoli specchi d'acqua incastonati in un paesaggio montano, silenzioso e solenne, dove lo scalpiccio degli armenti e i richiami di chi qui vive ancora di pastorizia possono essere l'unica, armoniosa intromissione sonora nella partitura musicale del creato. I laghi di Lure, azzurri occhi che l'inverno chiude con bianche palpebre di ghiaccio. E' stato così per secoli, imprimendo tracce di ammirazione nei diari dei viaggiatori dei Balcani. E forse non sarà più, se l'industria del turismo vorrà impiantare nel parco di Lure hotel e teleferiche per le masse.

Dopo Lure, è fondamentale un momento di "decompressione" prima di tornare. L'aeroporto internazionale di Tirana è, in questo, perfetto. Rimodernato e luccicante, ospita sulle pareti interne grandi spazi pubblicitari. Accanto a quello, molto familiare, di una carta di credito, un altro mostra la starlette televisiva locale ammiccare con una birra in mano: "Sei capace di bermi tutta?". Pronti per l'imbarco.


http://viaggi.repubblica.it/articolo/albania-il-paradiso-a-sorpresa/222373





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